Manovre di vari Servizi intorno alla cattura di Mussolini di Claudia Cernigoi

Ospito nel mio blog un interessante articolo della giornalista e ricercatrice storica Claudia Cernigoi sul ruolo dei Servizi nella cattura di Benito Mussolini.

Nel pomeriggio del 25 aprile si svolse, presso l’Arcivescovado di Milano, una riunione organizzata dal cardinale Ildegardo Schuster alla quale presero parte vertici del CLNAI (tra i quali Sandro Pertini, Riccardo Lombardi, Achille Marazza, Giustino Arpesani ed il generale Raffaele Cadorna comandante del CVL, da poco rientrato in Italia da Berna) ed esponenti fascisti, tra cui lo stesso Mussolini, accompagnato dal maresciallo Graziani, dal ministro dell’interno Zerbino, dal sottosegretario Barracu, dal prefetto Bassi e dall’industriale Cella (che avrebbe dato il via all’incontro). Prendiamo ancora nota di quanto riferisce Giovanni Pesce, e cioè che il 25 aprile, quando Marazza andò a cercare Cadorna per andare assieme alla riunione, lo trovò assieme al neo-questore Elia, Nemo1.

Lo scopo della riunione era quello di salvare la vita dell’ex “duce”, consegnandolo agli Alleati, ed il cardinale Schuster aveva addirittura fatto preparare una stanza per ospitare Mussolini al sicuro prima di consegnarlo agli Alleati come prigioniero di guerra.
Nel corso della riunione Graziani si oppose a questa trattativa di “resa separata”2, «affermando che principi di onore e lealtà impedivano al governo della Repubblica sociale di trattare all’insaputa dei tedeschi», ma a queste parole sarebbe intervenuto Marazza, «precisando che in realtà le autorità germaniche in Italia stavano negoziando la resa da oltre dieci giorni». Ciò avrebbe provocato l’abbandono della riunione da parte di Mussolini3, e successivamente lo stesso Pertini avrebbe sintetizzato in questo modo l’esito della riunione, in una lettera inviata a Lombardi e resa nota dal ricercatore Manlio Cancogni nel 1996:
«Ricordo benissimo quanto avvenne all’Arcivescovado. Arrivato quando Mussolini aveva lasciato la riunione, il cardinale Schuster, presenti voi, mi mise al corrente dell’esito del vostro incontro con Mussolini e cioè Mussolini si sarebbe arreso al CLNAI e nei suoi confronti si sarebbero applicate le norme del diritto internazionale. Richiesto da me d’una più precisa spiegazione su codesto punto, soggiunse che avrebbe dovuto essere considerato prigioniero di guerra e quindi consegnato agli alleati. Questo il Cardinale, in vostra presenza, mi comunicò, soggiungendo che Mussolini si era recato in Prefettura, ove avrebbe telefonato la sua ultima decisione. Voi, appunto, eravate in attesa di codesta telefonata quando giunsi io. Dissi al Cardinale, che Mussolini arrendendosi al CLNAI, sarebbe stato da noi consegnato ad un Tribunale del Popolo. Ricordo benissimo che Tiengo4 si alzò, allora, e, dopo un vivace battibecco con me, si precipitò al telefono. Rientrò poco dopo annunziando enfaticamente che “Mussolini non si sarebbe più arreso”. Ripetutamente, in seguito, su periodici e quotidiani si fece risalire a me “la colpa” se quell’accordo era andato a monte. Se da altri quel mio atteggiamento è stato giudicato una “colpa”, per me naturalmente è sempre stato considerato un merito. E lo rivendico a mio onore senza peccare di presunzione alcuna»5.

Annota Giovanni Pesce che il salvataggio di Mussolini non sarebbe stato voluto dagli Alleati per motivi umanitari, ma perché il fatto di processarlo «risponde ad un’esigenza politica degli angloamericani, fare il processo all’Italia, dare voce ai collaborazionisti, intralciare l’opera di coloro che vogliono ricostruire prima ancora che il Paese, la sua immagine reale presso i popoli che hanno subito le aggressioni del nazifascismo. Chi ha interesse a relegare ai margini della storia la Resistenza italiana, negandone l’importanza politica e l’apporto militare potrebbe utilizzare il relitto di Salò, lasciandogli recitare l’ultima nefasta rappresentazione ai danni del paese»6.

Non è peraltro mai stato chiarito il ruolo che i servizi angloamericani ebbero nella cattura dell’ex “duce”. Prendiamo spunto da un articolo di Antonio Carella ed Enzo Cicchino, i quali affermano che dopo il 25 aprile arrivarono al Comando del CVL di Milano alcuni messaggi radio che chiedevano di «sapere l’esatta situazione di Mussolini»7, per poter «inviare un aereo per rilevarlo». Questi messaggi erano inviati dal Comando operativo dell’OSS di stanza a Siena e firmati dal maggiore Max Corvo.
Mussolini, com’è noto, partì da Milano la sera del 25 aprile assieme a Claretta Petacci e diversi gerarchi tra cui ricordiamo il segretario del PFR Pavolini, i ministri Barracu, Bombacci, Liverani, Mezzasoma ed il comandante della 36^ Brigata Nera Idreno Utimpergher8, nonché il direttore dell’Agenzia Stefani, Ernesto Daquanno; travestito da militare tedesco tentò la fuga attraverso Como, zona nella quale avrebbero operato per la resa del generale tedesco Hans Leyers e dei suoi uomini, oltre ad agenti dell’OSS, anche molti ufficiali italiani, tra i quali Giuseppe Cancarini Ghisetti (il “partigiano combattente dei servizi segreti” secondo una definizione di Ugo Pellini, entrato a far parte della formazione spionistica Nemo e che già dall’ottobre del 1944 aveva preso contatto con il colonnello delle SS Eugen Dollmann su incarico degli Alleati9) ed il tenente Aldo Icardi, della missione statunitense Chrysler.
La sera del 27 aprile giunsero a Como anche i componenti della Missione mista accreditata presso l’Oltrepo’ Pavese, il cui capomissione era il sergente maggiore dell’OSS Frederick Horback. I servizi alleati volevano catturare Mussolini e furono informati da un certo Franco della Special Force britannica che la loro missione sarebbe stata facilitata dalla presenza di un «uomo dei servizi segreti britannici vestito da “alpino”, che avrebbe indicato loro la strada per raggiungere il nascondiglio di Mussolini e Claretta Petacci». Sembra che questo agente inglese vestito da alpino abbia veramente operato sul lago di Como, e qualcuno ha voluto identificarlo in Paolo Caccia Dominioni «che – si dice – fosse fortemente in contatto con gli inglesi, facesse parte delle brigate Garibaldi, ed avesse il vezzo di andar sempre vestito da alpino»1o.
Il convoglio con Mussolini fu fermato nel corso di un controllo, l’ex “duce” riconosciuto e fucilato con i gerarchi e Claretta Petacci il 28/4/45.

Nei giorni dell’arresto di Mussolini a Dongo si trovò anche Ennio Ermacora Strauss, che era stato comandante del Battaglione Partidor della l4a Brigata Osoppo, operante nella zona di Portogruaro. Carlo Amabile ipotizza che Ermacora possa avere ricoperto a Dongo una «funzione di collegamento tra l’Osoppo e la Svizzera, dove era la base principale dei servizi USA», stigmatizzando sia il fatto che l’ex osovano Felice Pera aveva dichiarato che a Dongo Strauss aveva scattato una serie di fotografie11, sia che l’agente alleata, Medaglia d’Oro, Paola Del Din (che poi diventerà la storiografa ufficiale della Osoppo), aveva rilasciato un’intervista in cui diceva che Ermacora «emigrò in Sud America e di lui si sono perse le tracce», mentre lo stesso era stato sindaco di Artegna, piccolo centro pedemontano a nord di Udine, per quasi 12 anni, fino a poco prima del terremoto del 1976, chiosando: «tutti i personaggi qui citati svolgono un ruolo di primo piano nella vicenda di Porzùs»12.
Torniamo al testo di Pesce che così conclude: «l’intesa tra anglosassoni e tedeschi è rispettata. La ritirata delle truppe germaniche, accelerata dall’offensiva degli insorti, dà l’impressione di puntare in direzione del confine orientale dove il corpo d’armata neozelandese comandato dal generale Freyberg, avanza velocissimo verso Trieste»13.
Parliamo ora del ruolo del capitano di fregata Giovanni Dessy, collegato alla Rete Nemo ma anche inquadrato nel SIC (il Servizio informativo della Marina, comandato dall’ammiraglio Maugeri), che faceva inoltre parte di un ufficio di copertura del SIM collegato con i servizi italiani presenti in Svizzera, l’URI diretto dal colonnello Rizzani. Dessy aveva come ambito operativo la Valtellina, la zona dove lavorava la missione OSS diretta da Allen Dulles nella quale erano inseriti anche il colonnello Giuseppe Motta Camillo ed il suo braccio destro, il futuro minatore di tralicci nella Valtellina negli anni ’70, Carlo Fumagalli14. Nell’imminenza del crollo della RSI l’OSS aveva proposto (tramite il proprio delegato Salvatore Guastoni, «sedicente amministratore Salumificio Vismara ma in realtà agente OSS15», un italo-americano di stanza all’ambasciata statunitense di Berna) al federale di Milano Vincenzo Costa un accordo denominato “Norme per l’attuazione della Zona Neutra Valle d’Intelvi ove si concentreranno le forze fasciste”: in sintesi, dopo avere formalizzato un atto di resa dei fascisti agli angloamericani tutte le forze della RSI radunate a Como e provincia sarebbero partite per la Val d’Intelvi (dove avrebbe dovuto essere costituita una «Zona Neutra estera da Lanzo d’Intelvi fino ad Argegno»16) precedute da una vettura con una bandiera americana e una bandiera bianca. L’accordo, che prevedeva anche che Mussolini avrebbe potuto far parte della Zona Neutra in linea con le clausole del “lungo armistizio” firmato a Malta tra Eisenhower e Badoglio a fine settembre ’43, fu siglato a Como il 27/4/45 da Guastoni e (al posto del federale Costa, del vicesegretario Pino Romualdi17 e del comandante della Muti Francesco Colombo, che erano stati previsti negli accordi preliminari) dal federale di Mantova Motta e dal cappellano della Milizia don Giuseppe Russo.
In serata partì pertanto da Como (in direzione Dongo, quindi deviata verso est rispetto alla Valle d’Intelvi) una colonna, guidata dal capitano Dessy (che sembra avere avuto direttamente da Dulles l’incarico di salvare Mussolini18), comprendente anche Colombo, Romualdi, Vanni Teodorani (marito di una nipote di Mussolini), ed il sottotenente dei Carabinieri Egidio De Petra.
Il gruppo fu però fermato dai partigiani (alcune fonti dei reduci della RSI sostengono che sarebbe stata una manovra del “colonnello Valerio” per impedire il salvataggio di Mussolini) e, nonostante i documenti di Dessy che lo accreditavano come agente dei servizi statunitensi, fu impedito loro di proseguire; Colombo fu arrestato e fucilato il 28/4/45, mentre Romualdi e Teodorani riuscirono a salvarsi, non essendo stati riconosciuti19.

Claudia Cernigoi, 29 aprile 2020

  1.  G. Pesce, “Quando cessarono gli spari”, Feltrinelli 1977, p. 26. Elia era il comandante della rete spionistica Nemo, organizzata dal SIM italiano in collaborazione con l’IS britannico (cfr. C. Cernigoi, “Alla ricerca di Nemo”, reperibile in http://www.diecifebbraio.info/2013/06/alla-ricerca-di-nemo-una-spy-story-non-solo-italiana-2/).
  2. In realtà era da mesi in corso l’operazione Sunrise, lavoro di intelligence portato a termine dai servizi angloamericani con i servizi nazisti e l’appoggio dei servizi svizzeri e l’intervento di agenti italiani per giungere ad una “resa separata” (tagliando fuori da una parte l’URSS e dall’altra la scomoda Repubblica di Salò) che garantisse la salvaguardia degli stabilimenti industriali e delle infrastrutture italiane dalla minaccia nazista di fare “terra bruciata” al momento della ritirata, in cambio dell’impunità per molti gerarchi nazisti. 
  3. Luca Frigerio, “25 aprile 1945: il drammatico incontro fra il cardinal Schuster e Mussolini”, 24/4/15 (http://www.incrocinews.it/arte-cultura/25-aprile-1945-il-drammatico-incontro-br-fra-il-cardinal-schuster-e-mussolini-1.107599).
  4. L’ex prefetto Carlo Tiengo «faceva parte di quei funzionari dello Stato inviati al confine orientale e scelti tra coloro che provenivano dalle fila del Partito Nazionale Fascista» (https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Tiengo, che cita Annamaria Vinci, “Sentinelle della Patria” Laterza 2011, p. 171); ricoprì la carica a Gorizia e a Trieste, dove entrò in conflitto con i vescovi sloveni delle due città, facendoli trasferire; fu inviato a Bologna, Torino e Milano, ed infine nominato Ministro delle Corporazioni nell’ultimo governo Mussolini. 
  5. http://archiviostorico.corriere.it/1996/maggio/09/Mussolini_Schuster_Pertini_scriveva_che_co_0_9605098884.shtml.
  6. G. Pesce, op. cit., p. 123.
  7. A. Carella ed E. Cicchino, “Benito Mussolini 28 aprile 1945 Misteri e cronaca di una morte annunciata” in www.larchivio.com, dal quale sono tratte le citazioni del paragrafo.
  8. Empolese di nascita, ma di padre meranese, Utimpergher aveva partecipato alla Marcia su Roma e nel 1943 si trovava a Trieste; fu il fondatore del Fascio repubblicano e per un breve periodo direttore del Piccolo, su nomina nazista; fu contattato da Christian Wirth (il comandante dell’Einsatz Kommando Reinhard) assieme allo squadrista Beniamino Fumai ed Italo Sauro per una «opera di coordinamento» con il SD-SIPO in funzione antipartigiana (cfr. G. Fogar, in AA. VV. “San Sabba. Istruttoria e processo per il lager della Risiera”, ANED Ricerche 1988, Tomo I, p. 48). 
  9. Ugo Pellini, “Giuseppe Cancarini Ghisetti il partigiano combattente dei servizi segreti”, in Ricerche Storiche, Istoreco di Reggio Emilia n. 105 - aprile 2008.
  10. L’ufficiale degli alpini Paolo Caccia Dominioni fu richiamato in servizio nel 1941 e assegnato al SIM; chiese di passare al Genio Guastatori alpino e partecipò alla battaglia di El Alamein, per la quale fu decorato di medaglia d’argento. Al momento dell’armistizio si trovava a Trieste; nel gennaio 1944 entrò nelle Brigate Garibaldi e nell’aprile 1945 fu nominato Capo di Stato maggiore del CVL lombardo.
  11. Intervista pubblicata sul Gazzettino di Udine, 9/2/95.
  12. In https://sites.google.com/site/sentileranechecantano/cronologia/1946/1946-1-luglio---30-settembre; parleremo più avanti della Medaglia d’oro al VM Paola del Din e delle operazioni della Brigata Osoppo.
  13. G. Pesce, op. cit., p. 34.
  14. Negli anni ’60 Fumagalli fondò il MAR (gruppo terroristico di appoggio a tentativi golpisti), ma era anche un agente del Servizio detto l’Anello, ispirato dal generale Mario Roatta.
  15. Franco Giannantoni, “L’ombra degli americani sulla Resistenza al confine tra Italia e Svizzera”, Arterigere 2007.
  16. La zona tra Como e Lugano.
  17. Ricordiamo che Romualdi, prima di ricoprire la carica di vicesegretario del PFR era stato federale di Parma, nel periodo di attività di don Paolino Beltrame (agente della Rete Nemo di Elia) tesa ad “agganciare” nazifascisti per la “resa separata”.
  18. Cfr. http://www.corrierecaraibi.com/FIRME_MBarozzi_100818_Morte-Mussolini-28aprile45-La-strabiliante-giornata-di-Valerio-e-Guido.htm. Aggiungiamo qui per dovere di cronaca (ma in assenza di conferme) che secondo l’autore di questa ricostruzione sarebbe stato l’agente dell’OSS Emilio Daddario (colui che mise successivamente in salvo il maresciallo Graziani) a firmare il lasciapassare (poi consegnato da Vittorio Palombo) che permise al “colonnello Valerio”, cioè Walter Audisio (il dirigente garibaldino che ricopriva anche l’incarico di responsabile della polizia militare del CVL) di raggiungere il luogo dove era stato bloccato Mussolini in fuga, e procedere quindi alla sua esecuzione.

Comments (3):

  1. Edoardo Bernkopf

    Maggio 5, 2020 at 5:58 pm

    Mi sembra che l’articolo della Cernigoi non dica nulla che non si sapesse: Mussolini lo volevano gli alleati per processarlo e i partigiani per ammazzarlo. Penso sia stato meglio così : un processo in una fragile neonata repubblica sarebbe stato pericoloso. Disgustoso invece l’aver fucilato Claretta Petacci: in Piazzale Loreto era previsto di appenderla per le gambe senza mutande, ma una mano pietosa, con una spilla ha scongiurato questa infamia. Nessuna femminista ha mai protestato. Visto che da storica si è interessata all’episodio, la Cernigoi poteva finalmente chiarie dov’è finito l’oro di Dongo. Quando Benito Mussolini nell’aprile del ’45 fu fermato dai partigiani a Dongo, aveva con sé danaro contante per circa 230 miliardi di allora, e oltre 42 chili di oro in lingotti: il tutto fu sequestrato dai partigiani. Quando i capi partigiani Franco Giannantoni (“Gianna”) e Giorgio Cavelleri (“Neri”) ne chiesero conto ai loro compagni, furono fatti sparire come era sparito il tesoro.
    La foto inserita nell’articolo mostra un giovane Pertini che arringa la folla. Il primo alla sua sinistra è Giuseppe Marozin, nome di battaglia Vero, comandante della divisione partigiana Pasubio, operante in provincia di Vicenza. Fu condannato a morte dal CLN di Vicenza per i suoi numerosi omicidi, stupri e rapine, ma riuscì a fuggire a Milano, dove entrò in contatto con Vittorio Palumbo il quale, con l’approvazione di Sandro Pertini, lo mise agli ordini del Comando Generale Brigate Matteotti. Fu responsabile anche della fucilazione del partigiano Barbiano di Belgiojoso . Fu l’esecutore della fucilazione degli attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida , che era incinta: “Fucilali, e non perdere tempo!” fu l’ordine che Marozin dichiarò di aver ricevuto direttamente dal C.L.N.A.I. nella persona di Sandro Pertini: “Quel giorno – 30 aprile 1945 – Pertini mi telefonò tre volte.” dichiarò nel corso del procedimento penale a suo carico, particolare mai smentito da Pertini. Per quell’episodio dichiarò inoltre«La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente. Ma era con Valenti. La rivoluzione travolge tutti.». Anche la presunta partecipazione di Osvaldo Valenti alle sevizie inflitte dalla Banda Koch ai prigionieri non è mai stata provata. Sempre a detta di Marozin, Pertini si rifiutò di leggere il memoriale difensivo che Valenti aveva scritto durante i giorni di prigionia, nel quale erano contenuti i nomi dei testimoni che avrebbero potuto scagionare i due attori da ogni accusa. Dei reati a lui ascritti, Marozin fu prosciolto per estinzione in seguito alle amnistie del 1945 e del 1959.
    Forse Pertini, quando ha commosso tutt’Italia sostando per ore sul bordo del pozzo di Vermicino, sperando come tutti noi di veder affiorare il piccolo Alfredino Rampi, avrà pensato a quel bambino al quale con il suo ordine sciagurato ha impedito di nascere.

    Se le interessa sapere come lavora la Cernigoi, legga qui: LINK RIMOSSO

    Cordiali saluti. Edoardo Bernkopf

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    • gvergar64

      Maggio 5, 2020 at 8:16 pm

      Grazie per il commento, lascio all’autrice dell’articolo, se lo vorrà, il diritto di replica. Conosco come lavora Claudia Cernigoi ed è proprio per quello che ho ospitato nel mio sito un suo articolo. Il link che ha postato l’ho rimosso perché non pertinente con il contenuto dell’articolo e perché non ho interesse che dal mio sito ci sia un collegamento di quel tipo. Cordiali saluti. Giuseppe Vergara.

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    • Claudia Cernigoi

      Maggio 5, 2020 at 8:36 pm

      Se il signor Bernkopf sa tante cose sull’oro di Dongo, scriva lui un articolo, scriva pure di Marozin (personaggio la cui vicenda conosco bene e che richiederebbe un articolo a sé): ovviamente se avessi dovuto scrivere anche di queste cose avrei scritto un libro e non una nota che parlava di un argomento specifico. Sono lieta che il signor Bernkopf fosse già informato di tutto quello che ho scritto, ma forse altri non ne erano a conoscenza, ed è a costoro che era indirizzato il testo. Ad ogni buon conto mi sembra che non abbia rilevato errori nel mio articolo, ma che il fine del commento sia semplicemente polemizzare nei miei confronti. Il signore può anche dire che non ho parlato di Hiroshima né di Dresda, né ho parlato di Rab o della cartiera di Treviso. E’ vero: del resto l’articolo verteva su un argomento specifico, come si desume dal titolo che non è “vari episodi della Seconda guerra mondiale”. Come lavoro? citando documenti e fonti, e non basandomi esclusivamente su articoli di giornale dell’epoca, traendo conclusioni in base a ciò che voglio dimostrare, come ha fatto invece il signore che Bernkopf cita (e che nel suo voluminoso libro non è riuscito a dimostrare che lavoro male, nonostante lo sforzo probabilmente degno di miglior causa da lui impiegato, riuscendo a convincere solo se stesso e chi non ha basi storiografiche sufficienti per distinguere le fonti attendibili dalla propaganda fine a se stessa).

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