Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1 – La recensione

In questi anni, parafrasando Giorgio Gaber, posso dire che la questione No Tav l’avevo nella testa ma non ancora nella pelle. Nel senso che mi era sembrato logico che la grande opera fosse dannosa per l’ambiente e per cui sacrosanta la protesta di chi si vedeva deturpare il proprio territorio in nome del progresso.
Facevo più difficoltà, invece, a capire l’afflusso di non residenti durante le manifestazioni e gli scontri con la polizia. Avevo l’impressione che la Val di Susa fosse diventata una sorta di occasione per alcuni solo per provocar disordini, per pura avversione alle forze dell’ordine più che per adesione a una causa che non li riguardava direttamente. Insomma ero caduto nel tranello che divideva il movimento in buoni e cattivi e tutto questo a causa di un’informazione mainstream clamorosamente faziosa e inquinante e a un mio scarso approfondimento della questione attraverso canali alternativi. Altro errore commesso è stato quello di pensare che per la TAV il gioco non valesse la candela e cioè che i benefici  della linea ad alta velocità non avrebbero potuto compensare i disagi creati alla popolazione valsusina. Ma qui non c’è nessun gioco e nessuna candela. La TAV é un enorme buco nero più profondo del tunnel che si vorrebbe creare e di benefici non c’é traccia.
Ed infine mi ero convinto che la tenacia dello Stato a portare avanti questa Grande Opera fosse solo una questione di difesa degli interessi economici (non della collettività naturalmente) che un’operazione del genere comporta. Anche in questo caso mi sono sbagliato. Non é solo questo. Per lo Stato continuare i lavori in valle e il non fermarsi davanti all’evidenza dell’inutilità e dannosità dell’opera e alla resistenza di un’intera popolazione, é diventata una questione di principio. Un’affermazione di un potere che non può cedere a compromessi e che deve difendere il proprio onore. Una linea della fermezza come non se ne vedeva dai tempi della trattativa per liberare Aldo Moro. Lo Stato non può perdere la faccia. E sinceramente questo aspetto mi ha inquietato più di quello meramente economico.

Questa mia presa di coscienza (e conoscenza) non é altro che il lascito che mi porto dietro dopo aver finito di leggere: Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1 che già nel sottotitolo: venticinque anni di lotte di No Tav mi aveva spiazzato. Venticinque? Così tanti?
Wu Ming in più di tre anni di duro lavoro ha raccolto una quantità enorme di documentazione fra saggi, riviste, articoli di giornali, notizie in rete, blog, interviste, testimonianze dirette, ecc…Come uno scultore ha poi dovuto lavorare sul materiale grezzo raccolto per portare alla luce il risultato finale: un libro di 652 pagine che contamina il reportage narrativo con l’inchiesta giornalistica. Un libro dove i dati e i numeri si alternano alle storie e al vissuto dell’autore che nei momenti di difficoltà chiede il parere ad illustri colleghi defunti su come rappresentare l’Entità: il nome con cui Wu Ming 1 definisce quell’insieme di interessi economico-politico-ideologici che fanno sì che la mostruosità della Grande Opera continui a far sentire la sua presenza quasi fosse una creatura demoniaca tratta da un serial tv.

Il libro è quindi sostanzialmente un oggetto narrativo non identificato e lo stile non sorprenderà chi ha letto gli ultimi lavori dei membri del collettivo e quelli di Wu Ming 1 in particolare.
Come era capitato nel precedente; Cent’anni a Nord Est, Wu Ming 1 si pone la domanda del come mai un determinato fenomeno si sia sviluppato in un territorio piuttosto che in un altro. Perché gli scempi ambientali sono avvenuti e avvengono anche in altre parti d’Italia ma, nonostante la presenza di movimenti d’opposizione alla costruzione di opere inutili e dannose in vari parti della penisola, solo in Val di Susa si é creato un sentimento di resistenza così deciso e unanime tanto da diventare un modello di lotta e di disobbedienza civile per tutti, anche fuori dai nostri confini.
Anche l’Alta Velocità Bologna-Firenze ha provocato dei danni ambientali enormi il tutto per risparmiare 18 minuti sulla vecchia linea. Ma a protestare é stata un’esigua minoranza tacciata di provincialismo e di egoismo. Una protesta Nimby insomma, not in my back yard, non nel mio giardino, tacciata di provincialismo dall’Italia del Sì. In Val di Susa, invece, il movimento d’opposizione ha ottenuto un consenso enorme tanto da mettere insieme persone molto diverse fra loro. É stata proprio forse la marcata eterogeneità di questo movimento a consacrarne la forza e la durata nel tempo.

Wu Ming 1 per cercare di spiegare come ciò sia avvenuto va a scavare nella storia passata di quel territorio; dalle prime lotte sindacali di fine ottocento fino alla resistenza. Poi ci farà conoscere la storia del movimento dalle origini a oggi, e tutti i momenti di repressione che ha subito. Da quella poliziesca, dove la guerriglia urbana ha ceduto il posto a quella rurale e perfino acquatica (vedi l’episodio di Venezia), alla militarizzazione di un territorio che provoca enormi disagi ai residenti e ingenti costi per la comunità che ha pagato e che continua a pagare affinché un numero spropositato di appartenenti alle forze dell’ordine faccia la guardia ad un buco che poi non é nemmeno quello da dove dovrebbe passare il treno bensì il tunnel geognostico. Leggerete di persecuzioni con vari metodi (vedi visite della finanzia a barbieri attivisti), processi tenuti a tempo di record, fuori da ogni standard per la tempistica della giustizia italiana e accuse di terrorismo a chi si é macchiato di reati riconducibili alla disobbedienza civile o al limite al danneggiamento di macchinari. Fino al processo alle parole. Dal sabotare di Erri De Luca all’uso del noi in una tesi di laurea. E come ai tempi di Lenny Bruce, processato per l’uso di termini sconvenienti nei suoi show, a oltre cinquant’anni di distanza si é dovuta mobilitare la società civile in difesa della libertà di pensiero e di parola.

Tutto questo e tanto, ma veramente tanto altro ancora troverete in Un viaggio che non promettiamo breve. Spero di avervi fatto capire quanto sia esaustivo questo libro assolutamente necessario per chiunque voglia capire ogni aspetto di questa storia che definirei di una paradossale ingiustizia e che adesso spero dalla mia testa sia approdata anche sulla mia pelle.

Febbraio 2017

 Copertina di Zerocalcare

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Ricreatorio Giglio Padovan, 110 anni di storia

Quest’anno ricorre il 110° anniversario dello storico ricreatorio triestino Giglio Padovan e il 19 maggio verrà inaugurata una mostra celebrativa presso la Sala Umberto Veruda del Comune di Trieste. Come ex-allievo ho dato il mio contributo realizzando il video che girerà su schermo durante l’evento.

Mikhajlo e Ivan

Primavera di sangue è un romanzo corale. Nessun protagonista assoluto ma un pugno di personaggi principali. Mehdi Huseynzade, nome di battaglia Mikhajlo (a destra nella foto) e Mirdamat Seidov, nome di battaglia Ivan Ruski sono stati due partigiani dell’Azerbaigian le cui vicende hanno contribuito alla creazione di due di questi personaggi: Mikhajlo e Ivan. Questa è la loro vera storia.

Mikhajlo e Ivan

Mehdi Huseynzade nacque il 22 dicembre 1918 a Novkani, un villaggio della provincia di Baku, capitale dell’Azerbaigian. Suo padre fu un autorevole membro del Soviet e capo della polizia cittadina e come la madre, morì quando Mehdi era ancora molto giovane. Fu allevato dalla nonna e dalla sorella maggiore e si dimostrò fin da ragazzo una persona di raro talento, ricevette una formazione umanista prediligendo il disegno e lo studio delle lingue straniere. Nel 1937 non superò l’esame di ammissione all’Accademia delle belle arti di Leningrado e allora si iscrisse all’Istituto per le lingue straniere e si specializzò in francese. Coltivò un vivo interesse per la letteratura russa e si cimentò nella composizione di versi poetici. Però vivere e studiare a Leningrado era troppo dispendioso così, tre anni dopo, Mehdi ritornò a Baku per evitare ulteriori sacrifici economici ai suoi parenti. Proseguì gli studi nella capitale azerbaigiana iscrivendosi all’Istituto pedagogico mantenendo comunque il sogno di intraprendere la carriera di insegnante di francese.
Nel frattempo scoppiò la guerra e la Germania invase l’Unione Sovietica. Mehdi si arruolò nell’Armata Rossa e, dopo un periodo di addestramento, venne messo al comando di un plotone di mortaisti e partecipò alla battaglia di Stalingrado. Dopo nemmeno un mese, nell’agosto del 1942, cadde ferito prigioniero dei tedeschi.
A causa di pesanti norme, allora in vigore nell’esercito sovietico, i soldati fatti prigionieri, indipendentemente dalle circostanze, erano considerati traditori alla stregua dei disertori. Effettivamente ci furono moltissimi soldati dell’Armata Rossa, di varie nazionalità, che gettarono volontariamente le armi per rientrare nei loro villaggi, rimasti nelle zone d’occupazione tedesca, per poter così riabbracciare i familiari. Molti di loro, ostili al potere bolscevico collaborarono con l’esercito germanico. Ma ci furono anche moltissimi soldati che vennero catturati combattendo, o comunque che non disertarono ma rifiutarono di suicidarsi, come avrebbe voluto Stalin, per non cadere vivi in mano nemica. Molti di loro, mantenendo la fede antifascista e antinazista, erano convinti di poter continuare a combattere per il proprio paese fuggendo dalle disumane condizioni di prigionia a cui furono costretti.
La vicenda di oltre cinque milioni di prigionieri di guerra sovietici è una delle tante tragedie poco ricordate della Seconda Guerra Mondiale. Milioni di persone furono fatte morire di stenti, fame, sete, fatica e freddo nei campi di prigionia. I primi a cadere furono i feriti più gravi che non furono curati, poi ne morirono a migliaia nel solo trasferimento ai luoghi di detenzione.Chi riuscì a sopravvivere fu trattato con disumanità e costretto ai lavori forzati.

I tedeschi, ad un certo punto, vollero fermare il massacro e iniziarono a ricattare i prigionieri superstiti proponendo loro un’alternativa ad una morte sicura e cioè l’arruolamento in legioni
collaborazioniste. Si formò così la 162a divisione turkmena che sottostava al comando della Wehrmacht. Vi aderirono migliaia di uomini di varie nazionalità, molti di loro lo fecero perché non vi erano altre alternative alla sopravvivenza, altri ancora perché, alimentati da un sentimento nazionalista, vedevano nella Germania nazista un modo per liberarsi dal dominio sovietico. Al suo interno furono formate singole unità sulla base dei vari gruppi etnici.
Mehdi Huseynzade venne arruolato nella legione azerbaigiana e fu trasferito in Germania dove lavorò come interprete e dove venne addestrato ad attività di controspionaggio. Grazie alla sua padronanza di più lingue, compreso il tedesco, venne utilizzato dalla propaganda nazista e lavorò alla radio e anche ad alcuni bollettini e giornali. Divenne ben presto una figura di spicco e conquistò la simpatia degli altri legionari. I tedeschi, vedendo le sue doti e l’ascendente sui suoi compatrioti, lo trattarono con riguardo, convinti della sua fedeltà, promettendogli anche un futuro roseo nel suo paese a guerra finita. In realtà Mehdi operava già in una cellula clandestina antinazista.
Il 27 settembre del 1943 la 162a divisione turkmena, che contava in quel momento più di quattordicimila uomini, si trasferì nel Nord-Est d’Italia e il comando si insediò a Udine. Mehdi, con la legione azerbaigiana, venne trasferito in provincia, a Remanzacco, e divenne l’attendente di un colonnello. Fu un incarico che gli permise di sottrarre all’ufficiale importanti documenti relativi ad un’operazione contro il movimento di resistenza e consegnarli ad una staffetta partigiana.
In novembre la Wehrmacht attaccò duramente i battaglioni della Garibaldi-Friuli nella zona del Collio, dell’alto Isonzo e delle valli del Natisone. La massiccia offensiva fu lanciata anche con l’ausilio della divisione turkmena ma Mehdi non fu mandato al fronte ma vicino a Trieste, a Opicina, al seguito del comando della legione azerbaigiana. Qui intensificò la sua attività antinazista organizzando la fuga di molti legionari verso le fila partigiane, grazie anche all’aiuto di attivisti del luogo, finché anche lui, nei primi giorni del febbraio del 1944, scappò e si unì alla III brigata d’assalto Ivan Gradnik del IX Korpus dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo (EPLJ), dislocata a Duttogliano (Dutovlje, ora in Slovenia), dove gli venne conferito l’incarico di vice comandante del battaglione russo e prese il nome di battaglia di Mikhajlo. Furono migliaia i sovietici che combatterono nelle formazioni della resistenza italiana e sul confine orientale non furono meno di cinquecento. Un numero elevato che permise la nascita di formazioni composte tutte da ex soldati dell’Armata Rossa.

Mirdamat Seidov nacque nel 1922 a Jelendorf, l’attuale Goygol a dieci chilometri da Ganja, la seconda città dell’Azerbaigian. Nell’Armata Rossa fu a capo di un servizio sanitario di una divisione di artiglieria pesante. Ferito, durante la difesa di Sebastopoli, fu catturato dai tedeschi e incontrò per la prima volta Mehdi Huseynzade in un campo di prigionia situato nei pressi di Mirgorod, ora in Ucraina, dove entrambi frequentavano un corso per traduttori. Mirdamat conosceva bene il tedesco perché la sua città natale era stata una colonia tedesca. Inquadrato anche lui nella legione azerbaigiana fu trasferito nei pressi di Trieste e messo di stanza nella caserma di Banne, vicino ad Opicina. Poco dopo seguì Mehdi nella fuga verso le formazioni partigiane e prese il nome di battaglia di Ivan Ruski.
I due, nemmeno un mese dopo essersi uniti al battaglione russo, entrarono in un’unità di sabotatori operanti sul carso triestino dove combatteva anche un ex ufficiale austriaco soprannominato Fritz e di cui non si è ancora scoperta l’identità anagrafica. Oltre che a maneggiare gli esplosivi l’unità produceva documenti falsi e salvacondotti e aveva a disposizione uniformi tedesche e italiane.
In un’operazione Mehdi si travestì da tenente tedesco, bloccò un’auto guidata da un militare e gli ordinò di farlo salire e di girare nella direzione opposta. Il soldato della Wehrmacht credette davvero di avere a che fare con un suo superiore e obbedì agli ordini e poco dopo si ritrovò prigioniero dei partigiani.

Gli attentati di Opicina e di Via Ghega a Trieste

Il cinema Uljan di Opicina (Trieste) luogo dell'attentato dinamitardo del 2 aprile 1944

Mehdi Huseynzade fu inoltre l’autore di due clamorosi attentati, paragonabili a quanto accadde, poco prima, in via Rasella a Roma. Il primo al cinema di Opicina e il secondo alla mensa ufficiali del Palazzo Rittmeyer di via Ghega a Trieste che all’epoca ospitava la Casa del Soldato Germanico (Deutsches Soldatenheim). In entrambi i casi indossava una divisa tedesca.
L’attentato al cinema, frequentato principalmente dai militari della vicina caserma di Banne, lo portò a termine con Mirdamat Seidov, il 2 aprile del 1944, facendo esplodere, alle dieci di sera, una mina inglese di cinque chili all’interno della sala durante la proiezione di un film. La documentazione ufficiale parlò sempre di sette vittime fra i soldati tedeschi ma il numero non può considerarsi certo. Molte di più secondo Mirdamat Seidov, intervistato negli anni seguenti, solo due secondo i Carabinieri i quali parlarono anche di una vittima civile italiana, una giovane donna estratta dalle macerie il giorno successivo.
Durante la notte furono arrestate ed interrogate una ventina di persone residenti a Opicina ma furono presto rilasciate, grazie al parroco del paese, ma contemporaneamente fu stilata una lista di settantadue detenuti del Coroneo di Trieste. I prigionieri, militanti antifascisti, partigiani italiani, sloveni e croati, all’alba del giorno seguente furono fucilati, presso il poligono di tiro di Opicina e i loro cadaveri lasciati esposti per tutto il giorno.
Tra di loro molti giovani di soli diciassette anni e una ragazza di venti. I loro corpi furono i primi ad essere bruciati nel forno crematorio della Risiera di San Sabba.
Le vittime furono in realtà settantuno perché un condannato a morte incredibilmente si salvò. Si chiamava Stevo Rodič. Era un ragazzo di vent’anni, originario di Drvar una cittadina dell’Erzegovina. Rimase vivo dopo la fucilazione e fu sepolto dai cadaveri dei suoi compagni. Rimanendo immobile per ore, nonostante una ferita alla gamba, riuscì a scappare con il favore del buio. Fu soccorso da una famiglia di Rupinpiccolo (frazione del comune di Sgonico in provincia di Trieste) e poi ricoverato nell’ospedale clandestino partigiano di Comeno (Komen, ora in Slovenia). Appena guarito tornò a combattere nelle fila della brigata Basoviška e prese parte alla liberazione di Trieste. Rischiò nuovamente di morire a causa di una guerra quando, l’8 maggio del 1999, la sua casa a Belgrado fu bombardata dagli americani che colpirono per errore la vicina ambasciata cinese. Ma ancora una volta ne uscì indenne. È morto il 15 luglio del 2016.

L’attentato di via Ghega avvenne il 22 aprile del 1944 nel palazzo Rittmeyer, nel cuore di Trieste a due passi da Piazza Oberdan, sede del comando delle SS. L’edificio era stato trasformato in un circolo destinato alla mensa per le truppe tedesche. Mirdamat Seidov inizialmente si attribuì anche questa seconda azione che invece fu compiuta da Mehdi Huseynzade con l’appoggio dell’austriaco soprannominato Fritz. L’esplosione avvenne alle 13.25 e danneggiò notevolmente l’edificio. La versione ufficiale tedesca parlò di cinque vittime fra i militari ma, come per il precedente attentato, questo numero non può essere dato per certo. Fra le vittime civili, una cuoca e una passante deceduta nei giorni seguenti a cause delle ferite riportate. Anche in questo caso la rappresaglia tedesca non si fece attendere. Nella notte fu stilata una lista di cinquantuno persone, sempre detenuti politici del carcere Coroneo di Trieste, che, all’alba della mattina dopo, furono trasportati sul luogo dell’attentato e barbaramente impiccati alle ringhiere delle scale e vicino alle finestre del palazzo Rittmeyer in modo da poter esser visti dalla strada. Il macabro rituale dell'esposizione dei corpi si ripeté anche in questo caso. Parecchie persone dichiararono di aver visto le vittime appese alle finestre e alcune di loro costrette con la forza a scendere dal tram che transitava per via Ghega. Molta stampa del dopoguerra scrisse che i cadaveri, sorvegliati dagli uomini della locale Guardia Civica, furono lasciati penzolare alla vista dei cittadini per ben cinque giorni e poi furono rimossi grazie all'intervento del Vescovo di Trieste, Monsignor Santin. Recenti ricerche sembrano però dare più credito alla versione secondo la quale il giorno dopo alla strage, alle ore 11:00, una cinquantina di cadaveri fu inumata in una fossa comune del cimitero di S.Anna. Tra le vittime, attivisti antifascisti italiani, sloveni e croati, nuovamente molti giovani e ben cinque donne. Anche in questo caso, come per la strage di Lipa e come ho già scritto in quest'articolo, furono fatte delle fotografie e anche in questo caso lo sviluppo fu affidato a dei privati. Il laboratorio Davanzo sviluppò e stampò le foto e anche in questo caso, nonostante fosse piantonato dai tedeschi, gli addetti riuscirono a trafugare alcune copie che poi riuscirono a far circolare segretamente ancora prima della liberazione. Laura Petracco, una delle cinque donne impiccate, fu riconosciuta già nell'estate del 1944. I tedeschi invece usarono queste foto a scopo intimidatorio. Furono mostrate casa per casa a Postumia (Postojna ora in Slovenia), da dove provenivano 15 delle 51 vittime, documentando così quale fosse la sorte a cui andava incontro chi si opponeva all'occupazione nazista.

Gli impiccati di Via Ghega

Come è andata a finire

Dopo questi due attentati Mehdi Huseynzade si rese protagonista di altre azioni come la bomba fatta scoppiare nella tipografia del quotidiano Il Piccolo. Altre imprese furono compiute anche nella zona di Postumia dove, con l’austriaco soprannominato Fritz, furono minati i binari ferroviari che portarono alla distruzione di ventiquattro vagoni di un convoglio tedesco e poi guidò un gruppo di incursori distruggendo dei depositi di combustibile a Sesana (Sežana, ora in Slovenia). Alla fine di ottobre rapinò una banca a Monfalcone. Alcune testimonianze parlavano anche di un attentato presso una casa di tolleranza in via del Fortino a Trieste ma sembrano non aver un reale riscontro.
Il 2 novembre del 1944 i tedeschi accerchiarono il paese di Vittuglia e sorpresero Mikhajlo mentre dormiva, con altri compagni, in una stalla. Mikhajlo mentre cenava nell’osteria del paese era stato avvertito dell’imminente incursione nazista da una staffetta ma sottovalutò il pericolo e questa leggerezza gli fu fatale. Fu fulminato da una raffica di mitragliatrice sulla porta mentre cercava di fuggire.
Mehdi venne sepolto a Chiapovano (Čepovan, ora in Slovenia) dove sulla sua tomba fu eretto un piccolo monumento di legno. La leggenda dice che fu Togliatti a parlare di lui a Stalin il quale diede l’ordine di indagare sulle sue imprese. Nel 1951 il KGB, allora MGB, aprì un dossier su Mikhajlo e nel 1957 Mehdi Huseynzade fu proclamato Eroe dell’Unione Sovietica. L’anno seguente uscì il film biografico di Töfik Taghizade, Su rive lontane, tratto dall’omonimo romanzo del 1954 di Imram Kasymov e Hasan Seidbeyli. Nel 1957 un poeta di Baku gli dedicò la poesia Il canto dell’eternità. Nel 1966 uscì Triglav, Triglav di Syleimann Veljev un altro romanzo che narrava le gesta del partigiano. Entrambi i libri, come il film, sono biografie romanzate e celebrative. Più recenti sono l’uscita del libro: L’eroe dei due paesi di Rafael Èuseynov e il documentario del 2008 di Tahir Aliyev: Era soprannominato: Mikhajlo.
Huseynzade è ricordato, ancora oggi, in Azerbaigian con un monumento nel centro storico della capitale Baku e a lui era intitolato perfino lo stadio di Sumqayit (rinominato dopo la ristrutturazione del 2013 in Kapital Bank Arena), la terza città più popolosa del paese.
Mirdamat Seidov nell’autunno del 1944 fu arrestato a Gabrovizza (frazione del comune di Sgonico in provincia di Trieste) e rinchiuso nei sotterranei della sede del comando delle SS in Piazza Oberdan. I tedeschi però non risalirono a lui come all’attentatore di Opicina e lo deportarono a Dachau dove rimase fino alla fine della guerra. Dopo la liberazione tornò nel suo paese d’origine mantenendosi comunque in contatto con le associazioni degli ex partigiani italiani e sloveni. Grazie alla documentazione che produsse a testimonianza della sua attività partigiana riuscì ad evitare guai con la polizia politica sovietica che nel dopoguerra stava rendendo difficile la vita ai reduci dell’Armata Rossa caduti prigionieri dei tedeschi e in particolar modo a quelli inquadrati nelle unità collaborazioniste come era capitato a Mirdamat Seidov. Non furono pochi i casi di soldati sovietici che dopo aver subito la durissima prigionia tedesca e aver combattuto al fianco dei partigiani, al rientro in patria, furono deportati in Siberia per aver vestito una divisa come quella della 162a divisione turkmena.
La vicenda dei due azeri, nei luoghi dove essi combatterono, rimase oscura per molti anni. I nomi di Mirdamat Seidov e Mehdi Huseynzade furono resi pubblici per la prima volta nel 1970 dal quotidiano sloveno di Trieste Primorski Dnevnik. Mirdamat Seidov ritornò poi nel capoluogo giuliano nel 1985, alla Casa del Popolo di Sottolongera, dove fornì un resoconto della sua storia. Fu inoltre intervistato in Azerbaigian nel 2001 dal giornalista del Piccolo di Trieste, Silvio Maranzana e dalla storica Marina Rossi.

 

Šempas (Slovenia)

Il presidente dell’Azerbaigian rende omaggio al monumento dedicato a Mehdi Huseynzade.

Baku

Monumento a Mehdi Huseynzade nella capitale Azerbaigian.

Bibliografia

  • Giorgio Liuzzi (2014) Violenza e repressione nazista nel Litorale Adriatico (1943-1945) Quaderni di Qualestoria 32, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia.
  • Marina Rossi (2006) Gli impiccati di via Ghega, estratto da Un percorso tra le violenze del Novecento nella provincia di Trieste, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia.
  • Marina Rossi (2014) Soldati dell’armata rossa al confine orientale (1941-1945) con il diario inedito di Grigorij Žiljaev, Leg Edizioni.
  • Mikhail Talalay (2013) Dal Caucaso agli Appennini. Gli azerbaigiani nella resistenza italiana, Prefazione di Valentino Parlato, Sandro Teti Editore.
  • Gloria Nemec (2016) Via Ghega 23 aprile 1944: una strage metropolitana tratto da Il difficile cammino della Resistenza di confine. Nuove prospettive di ricerca e fonti inedite per una storia delle Resistenze nel Friuli Venezia Giulia. AA.VV.