Durante la serata in occasione della presentazione del calendario e della mostra fotografica Rock e/è Donna che si è tenuta domenica 21 dicembre 2025 presso la Galleria d’Arte E Contemporary in via Crispi, 28 a Trieste si sono alternati gli interventi della fotografa Maria Cristina Marzola, della presidente dell’associazione Fotografaredonna, Marisa Ulcigrai e il mio che vi riporto qui sotto:
“Buonasera, grazie a voi per essere qui e grazie all’associazione Fotografraredonna e a Marisa Ulcigrai, che gentilmente mi ha invitato a partecipare a questo evento.
Sono Giuseppe Vergara, autore del libro Live in Trieste, uscito da qualche mese, che racconta la storia della musica dal vivo nella nostra città dagli anni Settanta fino ai giorni nostri.
In passato mi sono già occupato di musica, a partire dalla mia raccolta di racconti Rockshort, che è stata il mio esordio letterario nel 2009, oppure con le serate “Ti racconto il rock”, inserite nel cartellone di Trieste Estate ormai dieci anni fa.
Oltre a questo, da anni mi occupo anche di fotografia e videomaking e ho realizzato numerose riprese di concerti e videoclip musicali.
Per questo motivo ho accettato, senza pensarci due volte, di partecipare all’evento odierno, che coniuga musica e immagine.
Mi ha fatto ancora più piacere che il tema centrale della mostra e del calendario sia legato all’universo femminile.
A partire dal titolo, molto azzeccato, scelto per questa serata, che gioca volutamente sull’ambiguità della lettera “e”: come separazione o congiunzione da un lato, come appartenenza dall’altro. Credo che questo gioco dica già molto di ciò di cui stiamo parlando stasera.
Se guardiamo alla storia del rock, all’inizio, negli anni Cinquanta, questa “e” era sicuramente più separazione che appartenenza. Il rock’n’roll vedeva sul palco soprattutto gli uomini, mentre le donne erano relegate quasi esclusivamente al ruolo di spettatrici o, al massimo, di coriste. È soprattutto grazie al blues che iniziamo a vedere le prime protagoniste femminili dalla forte personalità farsi strada: penso a cantanti come Billie Holiday, Etta James, Aretha Franklin, Nina Simone prima e Janis Joplin dopo, negli anni Settanta, quando questa narrazione viene progressivamente rotta e le donne diventano sempre più protagoniste della scena rock.
Dobbiamo però riconoscere che, ancora oggi, una rock band interamente femminile non è un fenomeno così comune e difficilmente raggiunge i vertici di popolarità al pari di una band maschile.
Come osservatore della scena live triestina, posso dire che, scrivendo il mio libro, mi sono reso conto di come Trieste sia stata per anni ai margini dei grandi circuiti musicali, ma abbia comunque saputo creare un proprio ecosistema, fatto soprattutto di eventi in location minori, con un pubblico ristretto ma di grande qualità. Allo stesso tempo, non sono mancati del tutto i grandi nomi, che magari anche una sola volta, ma a Trieste un concerto lo hanno fatto.
Per quanto riguarda gli ultimi tre decenni del secolo scorso, le artiste donne che hanno calcato i palcoscenici triestini sono state perlopiù grandi interpreti della musica italiana, come Mina, Ornella Vanoni, Milva, Mia Martini, Patty Pravo e altre. Tuttavia, negli anni Novanta ha suonato più volte a Trieste anche il Billy Tipton Memorial Saxophone Quartet, una band formata da quattro sassofoniste di Seattle, che aveva preso il nome da Billy Tipton, una pianista e sassofonista jazz che per tutta la vita ha nascosto la propria identità di genere, vestendosi e vivendo da uomo per poter suonare la musica che amava, e che con ogni probabilità le sarebbe stata preclusa in un ambiente che prevedeva solo uomini agli strumenti e, al massimo, donne come cantanti.
È solo a partire dagli anni Duemila che Trieste inizia a ospitare con maggiore continuità eventi con protagoniste donne legate alla musica rock, intesa chiaramente nella sua accezione più ampia, dal momento che sotto la grande ala del rock trovano posto moltissimi sottogeneri, anche molto diversi tra loro.
Hanno calcato i nostri palcoscenici artiste come Patti Smith, Joan Baez, Suzanne Vega, Noa, Joss Stone, Dana Fuchs, Susan Tedeschi, Larkin Poe, fino a Suzi Dian, che ha accompagnato Robert Plant nel suo concerto di un anno fa, con cui si chiude il mio libro, che posso definire un lavoro sulla memoria del nostro territorio.
Lo stesso vale per le fotografie che vediamo oggi esposte in questa mostra e stampate nel calendario. Non sono semplici ritratti di concerto, ma vanno oltre: sono documenti e testimonianze di grande valore oggi e che lo saranno ancora di più in futuro, per chi vorrà comprendere i nostri tempi.
Colpisce, osservandole, la forte presenza di artiste giovani, molte delle quali locali. Questo è un dato fondamentale. L’errore che fanno in molti, soprattutto della mia generazione, è pensare che il rock — “il vero rock” — sia qualcosa riservato a pochi grandi nomi che hanno ormai raggiunto età considerevoli. Ma non è così. È normale e giusto avere punti di riferimento, ma queste fotografie ci insegnano che il rock non è solo memoria del passato: è una pratica viva, che continua a cambiare voce, volto e prospettiva, e le donne ne fanno pienamente parte.
Concludo dicendo che Rock e/è Donna non è uno slogan fine a se stesso, ma una presa di posizione culturale. Per le donne, oggi, il palcoscenico non è più un territorio da conquistare, ma una storia da raccontare. Ed è giusto che a farlo siano state delle fotografe donne. Io, come uomo, non posso che applaudire e ammirare questo progetto.”
Le fotografie di questo articolo sono di Nadia Sirca