Novecento di Alessandro Baricco – La recensione

Capita. Capita di essere in libreria e di prendere in mano Novecento di Alessandro Baricco e riflettere se ha senso comprarlo dopo averlo ammirato a teatro e dopo aver visto almeno due volte “La leggenda del pianista sull’oceano”, la trasposizione cinematografica di Giuseppe Tornatore. Capita di sfogliarlo e di meravigliarsi come da un monologo relativamente breve ne sia uscito un film di 165 minuti. Capita di leggerne alcune parti, a caso, e capita di meravigliarsi come quelle parole, ascoltate al cinema e a teatro parecchio tempo prima, erano ancora vive dentro la memoria. Capita di pensare che in fondo un libro così non può non esser letto e capita di comprarlo. Qualche volta capita di non sbagliare e questa é una di quelle volte perché “Novecento” é un capolavoro.
É la narrazione di un mito. Il lettore é accompagnato, a cavallo fra gli anni venti e gli anni trenta, dal trombettista Tim Tooney nei numerosi viaggi, sull’Atlantico a bordo del “Virginian”, in compagnia di Danny Boodman T.D. Novecento. Il mito. Il pianista sull’oceano che, abbandonato da neonato sulla nave, non ha mai messo piede sulla terra ferma. Baricco con questo personaggio ci regala una delle figure più struggenti ed emotivamente coinvolgenti della fine del ‘900 e lo fa con tale maestria che frasi e brani interi di questo monologo sono rimasti ben impressi nella memoria di molti lettori e per questo citati e ricitati nel corso degli anni. Baricco stesso, nella breve introduzione, ci dice di aver creato un’opera ibrida, a cavallo fra il testo teatrale e il racconto da leggere ad alta voce. I tempi infatti sono proprio questi, te ne accorgi fin dall’inizio con la meravigliosa storia di chi per primo, dal mare, vede l’America. La lettura scorre via, ti tocca l’anima e ti sembra di udire una voce recitare quello che stai leggendo. Baricco ha perfettamente ragione .”Novecento” ha bisogno di essere letto ad alta voce e forse non solo da un attore sul palcoscenico di un teatro ma anche da tutti noi, magari fra le mura di casa.
D’altronde non si può non rimanere così profondamente coinvolti dalla narrazione di questo mito, che rappresenta sia il genio che la fragilitá umana, da volerla trattenere solo nel pensiero.
Quando finisci “Novecento”, chiudi il libro e ripensi al commovente monologo nel monologo di Danny Boodman e ti chiedi come un bambino ma perchè é gia finito? Perchè dura così poco? Ne vorresti ancora e ancora. E allora speri di leggerne altre di storie così ma con la consapevolezza che non sará per niente facile, con la gioia, però, che questa ricerca ti porterá ad una cosa sola. Leggere, leggere e leggere ancora.

18 gennaio 2014

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