L’invisibile ovunque – la recensione –

Dopo la presentazione del libro dello scorso mercoledì presso il bar libreria Knulp di Trieste vi propongo la mia recensione dell’ultimo romanzo dei Wu Ming.

Nel poema Requiem per i caduti dell’Europa il poeta alsaziano Yvan Goll definì la guerra come qualcosa che non poteva essere relegato al solo campo di battaglia. La guerra era ovunque non solo in prima linea. Anche se non immediatamente percepibile aleggiava con la sua sinistra presenza su tutto. E anche in trincea si moriva colpiti dai cecchini senza nemmeno vedere in faccia il proprio boia. Questo è il concetto che ha ispirato i Wu Ming per il titolo del loro ultimo romanzo uscito per Einaudi Stile Libero Big, il 24 novembre scorso.
Se le prime guerre vissute, a fine anni ottanta e inizio novanta, in diretta TV avevano dato l’illusione che la guerra fosse qualcosa di virtualmente vicino ma di materialmente lontano, gli ultimi tragici fatti di Parigi ci testimoniano invece che l’orrore è ovunque e che gli effetti nefasti di un conflitto, anche se non sempre immediatamente visibili, non significa che siano meno letali.
L’invisibile ovunque rappresenta la presa di posizione del collettivo di scrittori bolognesi sul centenario della Prima Guerra Mondiale, una ricorrenza che troppe volte è scaduta nella celebrazione di una vittoria invece di essere la commemorazione di un genocidio.
L’ultimo lavoro dei Wu Ming è, a tutti gli effetti, l’inizio di un nuovo ciclo iniziato vent’anni fa con il progetto Luther Blisset che portò alla realizzazione del loro primo romanzo Q fino all’ultimo pubblicato; L’armata dei sonnambuli. Fra i libri del collettivo L’invisibile ovunque è stato quello che ha avuto meno anticipazioni e in qualche modo è uscito un po’ in sordina in un anno denso che aveva visto già la pubblicazione del romanzo per ragazzi, Cantalamappa e il lavoro solista di Wu Ming 1; Cent’anni a Nordest. Ma era bastato solo un annuncio a renderlo quanto mai atteso dalla comunità di lettori legata al collettivo. L’invisibile ovunque pur avendo un’argomentazione storica non sarebbe stato un romanzo storico così come lo erano stati tutti quelli che lo avevano preceduto.
Ed in effetti L’invisibile ovunque spiazza. Che il collettivo getti sempre uno sguardo obliquo sulla Storia per raccontare le sue storie e creare in questo modo l’ossatura dei suoi romanzi non è una novità ma vedere Wu Ming 1 che apre le presentazioni del libro con alle spalle il video che riprende le stanze dell’appartamento del poeta André Breton può sicuramente creare qualche perplessità anche al lettore più sgamato. Che c’entra il surrealismo con la guerra di trincea? Ma prender di petto la Storia ai quattro scrittori non è mai piaciuto in particolar modo. Meglio scavare fra episodi e uomini dimenticati e regalare storie poco conosciute per far capire che la Prima Guerra Mondiale non è stata solo quella che viene raccontata tra una ricorrenza e l’altra. Ma non è solo l’esasperazione dello sguardo obliquo a rendere questo romanzo diverso dagli altri è proprio lo stile narrativo ad esser cambiato mantenendo quella promessa lanciata all’indomani dell’uscita dell’Armata dei sonnambuli.
L’invisibile ovunque non è una raccolta di racconti ma piuttosto un’unica storia che si snoda in quattro movimenti come una lunga suite in stile progressive rock. Non a caso il romanzo è stato definito dagli autori stessi il loro Ummagumma, l’album dei Pink Floyd che segnò la fine dell’era psichedelica di Syd Barret e che anticipava i grandi album degli anni settanta. Anche il metodo di lavoro è stato diverso poiché ogni membro del collettivo ha scritto un movimento (intitolati semplicemente, primo, secondo, terzo e quarto) e solo la coesione del tutto è frutto di un lavoro collettivo.

Il primo movimento rappresenta una sorta di anello di congiunzione fra vecchia e nuova produzione. Primo è la storia di una fuga anomala dalla guerra. Per evitare la morte in trincea meglio fa parte degli Arditi rischiare la vita ad ogni azione e avvicinarsi alla morte per sentirsi vivi. Con delle delicate pennellate si fa capire che il fascismo nacque in quei giorni e che fu una delle tante nefaste conseguenze di quel conflitto di cui ancora oggi possiamo ascoltare l’eco. Primo ha una struttura narrativa classica anche se è una narrativa, in qualche modo, diversa da quella utilizzata in precedenza dal collettivo con un finale struggente nel suo minimalismo.
Secondo invece esaspera quello che era stato già sperimentato in altri lavori precedenti montando insieme frammenti, documenti, citazioni, dialoghi per raccontare un’altra via di fuga dall’orrore e cioè la simulazione della follia. Si torna quindi a parlare di manicomi (tema già affrontato in Manituana e nell’Armata dei sonnambuli) e di fingersi matti.
In Terzo invece seguiamo i passi di una donna che vuole conoscere qualcosa del suo passato. Un fratello, di cui fino a poco prima non conosceva nemmeno l’esistenza, Jacques Vaché l’artista senza opere, se non le sue lettere dal fronte, che conobbe André Breton e lo ispirò nell’elaborazione della teoria surrealista e che morì giovanissimo, subito dopo la fine della guerra, in circostanze scandalose. Con uno stile di scrittura che omaggia il surrealismo il terzo movimento ci regala una storia fra arte e guerra e ci introduce al quarto e ultimo movimento una sorta di mockumentary sull’utilizzo del mimetismo durante il conflitto.
Nonostante il romanzo sia concepito come un progressivo allontanarsi dalla struttura classica del romanzo storico man man che si procede con la lettura delle quattro diverse storie, Quarto è stato scritto pensando ai titoli di coda dell’Armata dei sonnambuli dove il confine tra il vero e la finzione narrativa e così labile da rendere il tutto credibile e soprattutto godibile.
In definitiva non possiamo considerare L’invisibile ovunque un punto di svolta della storia letteraria dei Wu Ming ma anzi una sorta di ripartenza senza essersi mai fermati. Una ripartenza in corsa. La creazione di nuove forme di narrazione attinge ai lavori passati ma con uno sguardo alle sfide future. Non è forse il romanzo più adatto per avvicinarsi ai lavori del collettivo, per chi non li conosce, ma sicuramente non può mancare nella libreria di chi li segue e apprezza da anni. Unico neo, non imputabile sicuramente agli autori, il prezzo troppo alto del volume.

Dicembre 2015

Per leggere altre recensioni consultate questa pagina sul Blog Giap dei Wu Ming

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